martedì 4 maggio 2010

Martedì, casa.



Dopo un salto nel "moderno", torno ai dinosauri (ancora i miei preferiti).
E ci ritorno con un disco che amo molto: Déjà vu, sfornato nel 1970 dal supergruppo Crosby, Stills, Nash & Young.
Un disco storicamente importante (ho letto, "un monumento per almeno un paio di generazioni"), sebbene non sia qualitativamente eccellente.
In ogni caso contiene ottimi brani.
Uno di questi - un'abbastanza evidente citazione beatlesiana - si intitola Our house.
Pensavo a questa canzone ieri sera, parlando con Francesco, il responsabile degli acquisti.
Già, ieri sera, per una straordinaria congiunzione astrale, ho dovuto rimanere al lavoro sino alle 22.00.
Tranne isolati episodi come quello di ieri, alle 20.00 (massimo) chiudo con il lavoro; chiudo la porta e lascio in ufficio le questioni di lavoro; resetto la mente, vado a casa e vivo.
Ebbene, alle 22.00 incontro Francesco che, nello scambiare quattro chiacchere, mi riferisce che lui prima delle 22.30 (dalle 8.00 del mattino) non esce mai dal lavoro.
Sapevo di questa sua *abitudine*, ma vederlo de visu mi ha lasciato di stucco.
Francesco ha 43 anni, ha una moglie, ha un figlio di sette anni.
Non riesco a comprendere come si possa anteporre il lavoro (che, per carità, "nobilita l'uomo e lo rende libero") alla propria casa, ai propri affetti, alla propria vita.
Proprio non ci riesco.

I'll light the fire, you place the flowers in the vase that you bought today.

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